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	<title>Pazzoide&#187; racconti</title>
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	<description>Blobzine di scritture collettive</description>
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		<title>Scultura</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Aug 2009 10:48:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaele Tedeschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchiostro]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è facile fare un carrello per la spesa di ghiaccio. Pensate solo a tutte quelle piccole sbarrette di metallo che si intersecano tra loro come in una griglia. Pensate agli steli sottili delle gambe che lo sostengono. Alle ruote tonde che stanno sotto. Provate a immaginare quanto sia più difficile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mi chiedono cosa faccio, io dico: “Un carrello per la spesa”.<br />
La gente non lo trova molto artistico, non lo trova molto chic. Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri dicono: “Un igloo con oblò”.<br />
Dicono: “L’auto da corsa di Fangio”.<br />
Dicono: “La mongolfiera di Montgolfier”.<br />
Dicono: “La Sacra Famiglia”.<br />
Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri ti raccontano di sogni da discount: una casa da fiaba, un’auto veloce, la sfida del volo, l’illusione della fede. È l’immaginazione a portata di mano, quella rassicurante, che non si spinge mai troppo in là.<br />
Ma quando lo chiedono a me, cosa faccio, io dico: “Un carrello per la spesa”. E la gente che si becca la mia risposta, poi mi guarda strano. Pensano che io sia un vecchio sciroccato, e tutto sommato hanno ragione.</p>
<p>Anche in carcere dicevano che lo ero. Sciroccato, non vecchio. Per quella mania di scolpire i mattoni. Statuette facevo, soldatini, guardie e ladri. Là dentro lo devi trovare per forza un modo per occupare la mente, uno qualsiasi. Altrimenti il pavimento t‘ingoia, e ci rimani.<br />
Io mi sono dato alla scultura dei mattoni, perché c’erano quelli là dentro, nient’altro. Quando sono uscito, invecchiato di sette anni, me lo sono portato dietro quel modo di occupare la mente. Di occupare la vita. E se impari con i mattoni, che sono friabili, disobbedienti alla forma, fai presto a imparare con la pietra, o con il marmo. E se impari con la pietra, o con il marmo, puoi pensare anche al ghiaccio. A dare una forma pure a quello. In fondo, puoi scolpire tutto ciò che è solido, e muto. È molto una questione di allenamento. E io mi sono allenato tanto, dentro.<br />
Per di più, trovare un blocco di ghiaccio è più facile ed economico che trovarne uno di marmo: prendi un cubo di ferro di tre metri per lato, lo riempi d’acqua e lo lasci a se stesso a trenta gradi sotto zero. Fa presto a diventare solido, e muto. Pronto.</p>
<p>Quando gli organizzatori del concorso hanno tolto il supporto di ferro, il cubo di ghiaccio era lì davanti a me, aspettava. Dopo il via, mi sono dato da fare con martello e scalpello.<br />
Così, alla gente che mi chiede cosa faccio, io dico: “Un carrello per la spesa”.<br />
Non è facile fare un carrello per la spesa di ghiaccio. Pensate solo a tutte quelle piccole sbarrette di metallo che si intersecano tra loro  come in una griglia. Pensate agli steli sottili delle gambe che lo sostengono. Alle ruote tonde che stanno sotto. Provate a immaginare quanto sia più difficile rifare pari pari un carrello per la spesa rispetto a un banale igloo, o a un’algida madonna. Provate pure.<br />
Mentre ci provate, io me ne sto al freddo a scolpire, paziente. Con la stessa pazienza con la quale per trent’anni ho atteso di ritrovare  l’infame che ha detto il mio nome e che s’è fatto di nebbia dopo una pena dimezzata. Nel frattempo ho sposato una donna, non quella dei miei sogni, ho avuto due figlie, grasse come la madre, e un paio di nipoti, già ben viziati. Sono diventato un buon vicino di casa che ti dà consigli sul giardino e bada al tuo gatto quando sei in vacanza. L’unica cosa che rimane è la vendetta. È Francesco. Che ai tempi della rapina aveva trent’anni, oggi più di sessanta. E dopo aver pazientemente scolpito una vita artefatta, smussando tutti gli angoli e scopando senza amore, sono riuscito a ritrovarlo.</p>
<p>Qui, a trenta gradi sotto zero. Pura montagna. Alta Valtellina. Livigno.<br />
Ecco perché mi sono iscritto a questa gara del cazzo di pseudoartisti allucinati che vedono madonne e mongolfiere nei riflessi del ghiaccio. Sono venuto per lui, che è fuggito dalle code agli sportelli, dal traffico, dallo smog, da me. A Livigno s’è dato al turismo, entrando in società con la proprietaria di un albergo. L’ha poi sposata, c’ha messo su famiglia. Adesso anche il mio ex socio è a posto, con tutte le carte in regola per fare il buon vicino.<br />
Potremmo andarcene ognuno per la propria strada e vivere tranquilli finché non crepiamo, ma non è questo il punto, cioè vivere un po’ di più o un po’ di meno rispetto a quello che ci spetta. Il punto è che lui ha un debito e io voglio mettere i conti in pari prima che la banca chiuda.</p>
<p>Il piano, secondo noi, era quasi perfetto. Rischioso, certo, ma quale rapina non lo è.<br />
Il centro commerciale era una bella botta di soldi, soprattutto al sabato, quando tutte le famiglie dell’hinterland lasciavano lì i loro stipendi per portarsi a casa quei beni voluttuari indispensabili per  essere un borghese rispettabile con la coscienza a posto.<br />
Il centro chiudeva alle otto di sera. Alle otto e mezzo, sotto la supervisione di cinque guardie armate, il direttore della baracca trasferiva gli incassi di giornata dal deposito centrale al furgone portavalori che andava a mettere i soldi al sicuro. Poco dopo, arrivavano i pakistani dell’azienda che aveva l’appalto per le pulizie.<br />
Mi feci assumere dalla ditta di pulizie firmando un contratto intestato a un nome che non era il mio, trascritto da una carta d’identità falsa che mostrava la mia foto. Per due mesi, tutte le sere dalle nove alle undici, pulii cessi e pavimenti insieme agli altri pakistani e a qualche rumena dalle cosce lunghe.<br />
Qualche volta iniziavo a lavorare con una buona mezz’ora d’anticipo rispetto al mio orario, soprattutto al sabato. Dicevo alle guardie che c’era molto da fare quel giorno e che non avevo certo voglia di starmene con lo scopettone in mano fino a mezzanotte. Mi facevano fare. Divenni una presenza abituale, un bravo ragazzo ligio al dovere, l’unico italiano in mezzo agli immigrati. Praticamente, un esempio di umiltà.<br />
Quelle sere, mentre passavo lo straccio, il direttore controllava che gli incassi di tutti i negozi del centro commerciale convogliassero al deposito centrale entro le otto e mezzo. A quell’ora, puntuale, arrivava il furgone salvadanaio. Il più delle volte le cinque guardie si limitavano a controllare pigramente le entrate, mettendosi sul chi va là solo all’arrivo del portavalori. Poi, una volta caricati i sacchi, tutti a casa. Tranne me che annusavo merda dalle turche.<br />
La sera del colpo era una di quelle sere in cui ero in anticipo. Francesco era assieme a me, vestito con la divisa da pulitore che avevo fregato a un pakistano. Un nuovo collega, avevo detto, e nessuno se l’era cagato. Con sé aveva un’arma silenziata che passò senza problemi sotto un metal detector spento. Dopo un certo orario, il via vai delle guardie lo avrebbe fatto strillare a vuoto troppe volte.<br />
Quando tutti gli incassi di giornata furono nel deposito centrale, il direttore si vide la pistola di Francesco puntata alla testa. Non la richiuse la cassaforte, e ci lasciò fare mentre lo legavamo alla gamba del tavolo.<br />
Più tardi, le guardie raccontarono di non aver visto nessuno entrare o uscire dal centro commerciale, se non quei due poveri addetti alle pulizie, carichi dei loro sacchi neri gonfi d’immondizia. Ottocentotrentaseimilioni e rotti a testa, in realtà, e ognuno per i cazzi suoi. Ma Francesco non era stato così furbo e s’era fatto beccare. Poi, il resto si sa.</p>
<p>E ora l’ho trovato, l’infame. A 2.400 metri sul livello del mare, dove la benzina costa poco, dove le tasse sono meno pressanti. Ecco dove poteva finire il bastardo: in un porto franco.<br />
Così, quando mi chiedono cosa faccio, io dico: “Un carrello per la spesa”.<br />
Mi giro verso l’autore di quella domanda e lo riconosco. Più vecchio e con la pancia, proprio lui. Io, certo non mi riconosce più. Primo, perché adesso c’ho una barba bianca e fitta che mi nasconde i lineamenti appassiti. Secondo, perché non mi aspetta.<br />
E chiede: “Perché un carrello per la spesa?”<br />
Rispondo: “Perché mi piacciono i carrelli per la spesa”.<br />
La gente pensa che io sia un vecchio sciroccato, ma è colpa della mia sottile vena ironica che pochi riescono a capire.<br />
Francesco alza le spalle e va dagli altri a chiederlo, cosa fanno.<br />
E gli altri dicono: “Un igloo con oblò”.<br />
Dicono: “L’auto da corsa di Fangio”.<br />
Dicono: “La mongolfiera di Montgolfier”.<br />
Dicono: “La Sacra Famiglia”.</p>
<p>È l’ultima ora di gara e il mio carrello è quasi finito: tutte le sbarrette sottili al posto giusto e le ruote tonde che lo sollevano da terra. Se la gente mi domanda dove ho imparato a scolpire così bene, io dico: “Un dono di natura”. Ma non è vero, c’ho messo sette anni, dentro, e altri trenta, fuori.<br />
E quando il vecchio e grasso Francesco mi dice che sono davvero bravo e che vorrebbe imparare anche lui, io gli faccio: “Venga qui stasera, dopo cena. Le spiego i segreti del mio carrello”.<br />
È bizzarro come si insegua una persona per tutta la vita e poi questa si consegni a te nel modo più banale. È bizzarro sentirsi chiedere: “Ma ci siamo già visti da qualche parte?”. E rispondere: “Forse sì, la sua faccia mi è familiare”. È bizzarro osservarlo piegato sulle ginocchia, mentre osserva con perizia quelle sottili sbarre di ghiaccio che si intersecano perfette tra loro, ricreando la forma di un carrello per la spesa, preciso preciso. Quando hai imparato con la pietra, o con il marmo, puoi anche pensare al ghiaccio. In fondo, puoi scolpire tutto ciò che è solido, e muto. È molto una questione di allenamento. Puoi perfino provare a scolpire un cranio, anche quello è solido.<br />
Muto lo diventa quando il quinto colpo di martello viene assestato allo scalpello.</p>
<p>Domani mattina qualcuno troverà il corpo di Francesco, con ciò che rimane della sua testa, buttato dentro a un carrello per la spesa. Di ghiaccio.<br />
Qualcuno griderà. Qualcuno porterà i bambini a casa. Qualcuno vomiterà. Qualcuno della giuria si scuserà perfino con me per l’inconveniente. Per quel cadavere che ha rovinato la mia opera d’arte, striata di sangue.<br />
Nessuno però capirà la mia sottile vena ironica. Quella di infilare l’autore di una rapina al centro commerciale dentro a un carrello della spesa.<br />
Ironia della sorte. Ironia della morte.<br />
Il premio del concorso artistico quest’anno non sarà assegnato e qualcuno, forse, si dispiacerà per me. Perché la gara l’avrei vinta io, con quel bel carrello finemente scolpito, perfetto e senz’anima come il suo cuore di ghiaccio.</p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Fonte</strong>:</p>
<p>Il racconto pubblicato <a title="Stampa Alternativa" href="http://www.stampalternativa.it/wordpress/2008/02/22/i-racconti-di-creative-commons-in-noir-scultura-di-davide-bacchilega/" target="_blank">qui</a> è stato scritto da <strong>Davide Bacchilega</strong> e fa parte dell’antologia <strong>Creative Commons in Noir</strong>.</p>
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		<title>Angelo mio</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2009 09:32:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raffaele Tedeschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lama punta diritta verso la mia pancia e io non ce la faccio a staccare gli occhi dal bastardo che la maneggia. Il Calabrese è stravolto, mi guarda con odio e io non riesco a evitare il peggio; non è che non voglio farlo, è lui che è troppo svelto. Riesco solo a dire merda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lama punta diritta verso la mia pancia e io non ce la faccio a staccare gli occhi dal bastardo che la maneggia. Il Calabrese è stravolto, mi guarda con odio e io non riesco a evitare il peggio; non è che non voglio farlo, è lui che è troppo svelto. Riesco solo a dire merda.</p>
<p>Un attimo dopo la lama guizza, la sento intaccare l’osso, ruotare per allinearsi allo spazio tra le costole e infilarsi dentro. Il dolore è forte e io cado a terra. Lo scalpiccio di quello stronzo che scappa mi si fissa nelle orecchie; vorrei rincorrerlo, ma ha lasciato il coltello piantato nel mio petto. Fa un male boia, cerco di girarmi sul fianco, ma non ci riesco. Le mie mani si aggrappano al selciato. Sollevo un po’ la testa e fisso la madreperla bianca e le borchie di metallo lucido del manico: mi sembra familiare. Un attimo dopo arriva mia moglie. Urla il mio nome e si mette a piangere dicendo cose che non capisco. Tutto diventa liquido, ovattato e distorto. Cerco di respirare e la bocca mi si riempie di sangue. Cerco di sputare e invece tossisco, ed è una sensazione orribile. Lei mi stringe la mano, poi tutto si calma e mi sento bene; è fatta, mi dico. Lei si curva sul mio corpo e chiede cento volte perché.</p>
<p>Ora te lo spiego io perché, angelo mio.</p>
<p>Figlio di puttana, mi ha urlato quel bastardo di Calabrese dalla strada, vieni giù che t’ammazzo.</p>
<p>Stai calmo, gli ho risposto dalla finestra, che ti succede?</p>
<p>E lui: te la sei voluta scopare e adesso dobbiamo regolare i conti.</p>
<p>E io: ma sei impazzito? Di che cazzo parli?</p>
<p>Parlo di quella zoccola di mia moglie, ha sbraitato, quella che ti sei sbattuto sul mio letto, alla faccia mia.</p>
<p>Sei fuori di testa, io, a tua moglie, neanche la riconosco per strada.</p>
<p>Allora lui mi ha minacciato con un pugno alzato. Che c’è, ha urlato, ti tremano le gambe, merdoso vigliacco bugiardo che non sei altro, vieni giù, che ti spacco quella brutta faccia da cazzo.</p>
<p>Io ho pensato fosse il caldo, perché col Calabrese ci conosciamo da un sacco di tempo e siamo sempre andati d’accordo. E poi, da lui mi sarei aspettato che salisse per regolare la questione tra uomini e non che l’urlasse ai quattro venti dalla strada. Invece ha fatto proprio così e di certo nel quartiere l’avranno udito in tanti. E allora io mi sono sentito in dovere di scendere e ho fatto gli scalini di corsa, a due a due. Quando mi ha visto uscire in strada, lui si è ingallato ancora di più: aveva le vene del collo che sembravano tubi da mezzo pollice.</p>
<p>Lo sapevi che quella troia di tua moglie se la sono fatta i serbi? Mi ha detto.</p>
<p>Di che cazzo stai parlando?</p>
<p>E lui: lo sai bene di cosa parlo. Ogni santo giorno, tu gli hai rotto i coglioni al cantiere e loro te l’hanno fatta pagare salata, così impari, testa di cazzo.</p>
<p>Sul momento non ho capito e ho guardato all’insù, verso le finestre di casa nostra. Ti ho vista affacciata, angelo mio, e singhiozzavi, con le mani che ti coprivano il volto. Allora ho capito che qualcosa doveva essere successo sul serio e mi sono girato verso il Calabrese. Lui ha tirato fuori un coltello a scatto, di quelli con il manico di madreperla bianca e le borchie di metallo lucido. Un click e la lama d’acciaio è uscita come la lingua di un serpente. Io sono riuscito a dire solo merda e subito il coltello s’è infilato nel mio petto.</p>
<p>E pensare che io e il Calabrese abbiamo lavorato assieme per cinque anni filati, su e giù per le impalcature di mille cantieri. Pensa, angelo mio, proprio oggi pomeriggio, via dal lavoro, siamo andati a bere qualcosa insieme. Lui ha preso un calice di bianco e io una birra gelata. Sul bancone, tra i due bicchieri, la barista ha posato un piattino con due polpette fritte. Ne stavo masticando una, che il Calabrese mi ha detto: è un periodo che mia moglie è strana. Poi ha buttato giù il vino e ne ha ordinato un altro.</p>
<p>Che intendi dire, gli ho chiesto io.</p>
<p>E lui: che te lo devo anche spiegare? Non vuole scopare, no?</p>
<p>Io ho guardato dentro al mio bicchiere e gli ho detto che anche tu, angelo mio, negli ultimi tempi eri strana.</p>
<p>Allora lui mi ha chiesto se avevo sospetti e io gli ho detto che no, che era tutta una questione di ormoni, forse per via di quella nuova pillola. Lui ha annuito, poco convinto. Nel mio caso, ha detto, è diverso. Con la mano destra ha fatto le corna, ma tenendo il bicchiere in mano, per non farlo capire agli altri intorno. E non erano corna di scaramanzia.</p>
<p>Io ho finito la birra con un sorso e l’ho scrutato dentro agli occhi: era disperato e furioso, ma cercava di trattenersi. Sul momento ho pensato fosse lui a tradirla e magari sospettasse che lei se ne fosse accorta, invece mi sbagliavo, era lui il cornuto. Allora ho pensato a te, angelo mio, quando mi dicevi che in quelle faccende era meglio non immischiarsi; così gli ho risposto in maniera vaga, l’ho salutato e sono venuto a casa.</p>
<p>E ora che ci penso, angelo mio, il Calabrese sembrava strano anche durante la giornata. Eravamo quasi alla pausa pranzo, che lo vidi parlottare con Stojan, quel serbo alto due metri e largo altrettanto, uno che si fa il culo dalla mattina alla sera per quattro soldi. I due discutevano mulinando le mani per aria, ma il Calabrese di più, perché nessuno riesce a parlare muovendo le mani come sanno fare loro. Non sembravano incazzati; discutevano, certo, ma come si può discutere di calcio o di donne. Non ridevano, ecco, questo lo ricordo bene, lo notai subito che erano seri come funerali. Io stavo dieci metri più in alto e non potei capire di più e, a dire il vero, non ci badai più di tanto, perché il Calabrese non vedeva di buon occhio i serbi e spesso s’incazzava con loro; era successo pure quella mattina. In ogni caso gridai loro di darsi una mossa e la discussione finì all’istante. Però, a pensarci bene, angelo mio, quel giorno era successo anche un altro fatto.</p>
<p>Di prima mattina era arrivato il furgone con i cottimini e subito era scattata una mezza rissa. ‘Sti cazzo di serbi, aveva detto il Calabrese a voce alta rivolgendosi a noi italiani, hanno la famiglia al di là del mare e con pochi euro tirano avanti tutti quanti per un giorno intero, invece noi, che stiamo di qua, con quei pochi euro non compriamo neanche la carta da culo. Poi aveva sputato per terra, proprio davanti al loro gruppetto. I tipi lo avevano guardato come per ammazzarlo; molti di loro non capivano una parola d’italiano, ma avevano capito che lui li stava offendendo e subito avevano stretto i pugni.</p>
<p>Allora Stojan, un omone che parlava italiano anche meglio del Calabrese, gli aveva detto sorridendo: mi sa che ti conviene mandare la tua famiglia in Serbia. Poi aveva tradotto ai compagni e tutti giù a ridere. Sembrava finita lì e invece il Calabrese non l’aveva digerita. Ovviamente. Vaffanculo serbo di merda, era stata la sua risposta. E giù botte.</p>
<p>Per fortuna non era stato niente di che: tutto si era risolto in pochi minuti, fuori dal cantiere e senza troppi danni per nessuno. Una volta entrati, però, avevo dovuto fare il culo a tutti, italiani e serbi: oggi si torna a casa mezz’ora più tardi, avevo ordinato rincarando la dose per cercare l’approvazione del capo cantiere che ci stava guardando.</p>
<p>Una cosa è certa, angelo mio, con quei tipi non si sa mai come comportarsi. I serbi, intendo dire. Ieri sera, per esempio, mentre stavamo passeggiando lungo il viale, ti ricordi, angelo mio? Era giorno di paga e avevamo deciso di concederci un bel gelato in santa pace, sicché avevamo lasciato nostra figlia dalla vicina. Io avevo preso cioccolato e pistacchio e tu avevi preso quello con la nutella e il fiordilatte; una pallina sola però, perché le porzioni della gelateria vicino a casa nostra sono belle abbondanti e se non ci si sbriga a mangiare, ti cola tutto sulle dita. E siccome tu il gelato lo mangi piano, avevi detto che forse ne avresti presa un’altra tornando indietro. Ricordi, angelo mio, stavamo passeggiando quando, nell’altro senso, avevamo visto arrivare proprio quei serbi: Stojan, suo fratello più giovane e altri due dei loro. Io li avevo salutati con un cenno e loro avevano fatto lo stesso. Tu eri alle prese con il gelato che colava e il fratello di Stojan, passandoti accanto, aveva detto qualcosa. Io non avevo capito, ma tu, invece, ti eri scurita in volto.</p>
<p>Cos’ha detto? Ti avevo chiesto.</p>
<p>Niente, una stupidaggine, avevi risposto.</p>
<p>Però avevi i lucciconi agli occhi e allora io avevo insistito e tu, guardando a terra, avevi detto sottovoce: succhia troia. Ed eri scoppiata a piangere.</p>
<p>Io avevo guardato i tre serbi che si erano fermati venti metri più avanti: stavano ridendo come matti. Allora mi era salito il sangue alla testa ed ero corso verso di loro senza badare a te, che mi gridavi di lasciar perdere. Li avevo raggiunti in due secondi e senza fermarmi avevo atterrato lo stronzo che ti aveva offesa. Allora Stojan mi aveva bloccato da dietro con la sua stretta da lottatore e mi aveva detto all’orecchio: va tutto bene, mio fratello se l’è meritato, ora torna dalla tua bella moglie, va’. Ti aveva indicata con un cenno del capo.</p>
<p>Lo ammazzo, avevo urlato io fuori di me, gliela faccio pagare a questo stronzo.</p>
<p>No, aveva detto Stojan, basta così, ora siete pari. Poi aveva mollato la presa e mi aveva fatto segno di andare. Lo stronzo era ancora a terra e si stava lamentando, tenendosi la nuca con le mani. Allora io gli avevo sputato addosso e d’istinto gli avevo mollato un calcio nelle palle. E volevo continuare, ma Stojan aveva tirato fuori un coltello, di quelli a scatto. Un click e la lama d’acciaio era uscita come la lingua di un serpente. Il manico era di madreperla bianca, con le borchie di metallo lucido.</p>
<p>Ora hai capito perché, angelo mio?</p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Fonte</strong>:</p>
<p>Il racconto pubblicato <a title="Stampa Alternativa" href="http://www.stampalternativa.it/wordpress/2008/03/21/i-racconti-di-creative-commons-in-noir-angelo-mio-di-alberto-giorgi/#more-617" target="_blank">qui</a> è stato scritto da <strong>Alberto Giorgi</strong> e fa parte dell’antologia <strong>Creative Commons in Noir</strong>.</p>
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