Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi
Rubrica: Letteratura • 7 gen 2009[Pubblico questo testo che è, al momento, più o meno il primo capitolo del romanzo al quale sto lavorando da anni. Il titolo del romanzo è: Discorso attorno a un sentimento nascente. Il capitolo non ha titolo. Ovviamente il testo va letto per quello che è: un brano di romanzo, nel quale parla un personaggio la cui biografia e le cui opinioni sono frutto di pura invenzione.]
Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi. Ne ho un bisogno disperato. Io non sono mai stato attaccato ai soldi. E’ per questo, forse, che non ne ho. Non sono mai stato capace di mettere i soldi in cima ai miei pensieri. Non credo di avere mai buttati via i miei soldi. Ho sempre pensato che se avessi sempre lavorato, avrei avuti sempre i soldi. Ho sempre risparmiato. Sono stato educato al rigore. Ho accettata l’educazione al rigore che mi è stata impartita. Ho sempre pagate le tasse. Ho sempre pagati i contributi volontari. Mi sono fatto un’assicurazione sulla vita. Ho regolarmente comperati i Buoni di Risparmio Postale. Non sono mai vissuto alla giornata. Mi sono sempre sentito tranquillo. Lavoravo, guadagnavo, pagavo le tasse i contributi l’assicurazione, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. A volte andava meglio, a volte andava peggio. Ci sono stati degli anni nei quali ho guadagnato molto e degli anni nei quali ho guadagnato poco. Non sono mai stato veramente in difficoltà. Quello che ho risparmiato è sempre bastato a tenermi al sicuro. Non mi era mai successo di dare fondo a tutti i miei risparmi. I risparmi stavano lì. Lavorare mi piace. Nella vita non so fare altro che lavorare. Non sono mai stato avido. Il lavoro mi interessa più del guadagno. Gli amici mi hanno sempre detto che certe volte mi faccio pagare troppo poco. Lo ammetto. A volte mi piace lavorare gratis. Quello che mi dà soddisfazione è il lavoro. Non il guadagno. Il guadagno non è mai stato in cima ai miei pensieri. Lavoravo, avevo lavoro, venivo pagato, risparmiavo, pagavo le tasse, pagavo i contributi, comperavo i Buoni di Risparmio Postale. Provvedevo alle mie necessità. Il lavoro non mancava, il lavoro veniva pagato regolarmente, quanto guadagnavo bastava a provvedere alle mie necessità, perché avrei dovuto preoccuparmi? Mi è sempre mancata la voglia di concentrarmi sul guadagno. Se qualcuno tardava a pagarmi, aspettavo. Magari sollecitavo. Non mi sono mai preoccupato. I soldi arrivavano, prima o poi. Dentro dei tempi accettabili. La situazione era comunque sempre gestibile. Non mi era mai successo di dover liquidare i Buoni di Risparmio Postale. Invece adesso non è più così. Tutto l’anno scorso ho lavorato. Da alcuni, che mi avevano affidati dei lavori importanti, non sono stato pagato. Ho sollecitato. Ho aspettato un anno. Ho sollecitato di nuovo. Ho aspettato ancora qualche mese. Non sono stato pagato. Nel frattempo ho dovuto fare delle spese di una certa importanza. Non mi sono più sentito al sicuro. L’altro giorno ho telefonato a uno di questi soggetti. Intendo soggetti per dire persone, società, aziende, enti pubblici, università, associazioni. Non ne faccio il nome per timore di ritorsioni. Ho telefonato e ho detto:
«Voglio i miei soldi, me li dovete da quattordici mesi».
«Non li abbiamo».
«Ma io ho bisogno di soldi».
«Non sappiamo cosa farci, non li abbiamo».
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da un anno».
«Abbiamo già pagato».
«Quando, dove, come».
«Abbiamo già pagato».
«Datemi gli estremi di un bonifico, la fotocopia di un assegno».
«Senta, abbiamo già pagato».
La conversazione è finita lì. Sono andato in banca a controllare. Non sono stato pagato. Potrebbero avermi spedito un assegno circolare. Potrebbe averlo intascato il postino. Ne dubito. Ho ritelefonato di nuovo:
«Guardate che i soldi non ci sono, sono stato in banca, non c’è nessun bonifico».
«Se non abbiamo già pagato, pagheremo».
«Sì, ma quando? Io il lavoro lo ho fatto un anno fa».
«E che cosa vuole che sia, un anno? Pensi che noi…».
«Voi non mi interessa. Io voglio essere pagato. Se non ora, almeno in una data certa. Voglio sapere in quale data sarò pagato».
«Pagheremo, non si preoccupi».
«Come faccio a non preoccuparmi? Prima non pagate, poi mi dite che avete già pagato, poi mi dite che pagherete ma non si sa quando».
«Senta, non rompa. Guardi che non è l’unico ad avere certi problemi».
Hanno messo giù. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da dieci mesi», ho detto.
«Sì, non si preoccupi», mi hanno detto.
«Certo che mi preoccupo», ho detto, «me li dovete da dieci mesi».
«Eh, non si preoccupi».
«Io posso anche non preoccuparmi, ma intanto che non mi preoccupo, di che campo?».
«Senta, non si preoccupi, questi sono tempi normali per noi».
«Ma non sono normali per me, e io voglio i miei soldi».
«Senta, non sono stati pagati neanche tutti gli altri che hanno fatto il lavoro con lei».
«Questo non vuol dire che non pagare sia una cosa giusta».
«Ma noi paghiamo. E lei non deve preoccuparsi».
La conversazione è finita lì. Allora ho telefonato a un altro soggetto.
«Voglio i miei soldi, me li dovete da nove mesi», ho detto.
«Quali soldi?», mi hanno detto.
«Quelli per il lavoro tale, un corso di formazione, l’ho cominciato un anno e mezzo fa, l’ho finito nove mesi fa».
«Qui non ci risulta niente».
«Come sarebbe che non vi risulta niente? Vi ho mandata la nota di addebito il giorno tale, poi vi ho telefonato il giorno tale e il giorno talaltro, mi avete detto che avreste provveduto, come sarebbe che adesso non vi risulta niente?».
«Con chi ha parlato?».
«Con Tizio».
«Tizio non lavora più qui».
«E allora come facciamo?».
«Tizio l’abbiamo mandato via perché faceva strane cose con i soldi».
«Ho capito, ma io che cosa posso fare, che cosa devo fare per avere i miei soldi?».
«Eh, è possibile che i suoi soldi se li sia presi Tizio».
«Ma a me non mi interessa se Tizio si è preso dei soldi, io voglio i miei soldi e li voglio da voi, perché io ho fatto un lavoro per voi, e aspetto il pagamento da nove mesi».
«A noi non ci risulta niente».
«Cercate Tizio. Fatevi dire da Tizio».
«Eh, sì, Tizio, chi lo ricupera più, quello».
«Ma nella vostra documentazione, il lavoro che ho fatto ci sarà da qualche parte».
«Può darsi».
«Era un corso di formazione, c’erano venti iscritti, ho le loro email, li posso rintracciare, posso dimostrare che il lavoro l’ho fatto, loro hanno anche pagata una quota».
«Questo non cambia niente. Il problema è contabile».
«Mi sta dicendo che ve ne lavate le mani?».
«Guardi che anche noi siamo parte lesa».
«Ma io sono leso personalmente. Voi siete una grande organizzazione, io sono uno che di quei soldi ci campa. E per fare quel corso, tra viaggi e altre cose, sono uscito di un bel po’ di soldi».
«Senta, non stia a rompere, che abbiamo più guai di quelli che lei si immagina. Anche a noi mancano soldi».
La conversazione è finita lì. Io sono al punto di prima. Ho bisogno di soldi. Non ce la faccio con le spese fisse. Devo pagare due affitti, l’appartamento e lo studio, le bollette, la spesa quotidiana. Per fare il mio lavoro devo viaggiare, devo pagare i biglietti dei treni, devo pagare le camere di pensione, devo pagare i pasti fuori casa. Se non ho soldi non posso lavorare, se non lavoro non faccio soldi. Non sono uno sprecone. Quando sto fuori vado in pensioni a due stelle, tre stelle, spendo quaranta euro. Pranzo con un gelato, due euro. Ceno al kebab, tre euro e mezzo. Ho con me la bottiglia dell’acqua, la riempio ai rubinetti. Sono cresciuti i prezzi dei treni, non vado più a Milano con l’Eurostar. Vado a Roma col treno notturno, dormendo sul sedile. Non mi compro da vestire da un anno. Ho cominciato a usare la carta di credito. Si prendono i soldi il quindici del mese. Ho una collaborazione, ogni ultimo giorno del mese mi arriva lo stipendio. Se il quindici ci sono sul conto i soldi che bastano per la carta di credito, fino al trenta successivo sono salvo. Adesso che non ne ho, tutti i giorni penso ai soldi. Il mio lavoro è un lavoro nella cultura. Per fare il mio lavoro devo mantenere la mia cultura. Devo leggere libri, andare al cinema e a teatro, ascoltare musica, visitare esposizioni. Sono sei mesi che non faccio più niente. Vado in libreria e guardo i libri. Mi faccio raccontare i film dagli amici. La musica della radio non serve a niente. Si è rotto qualcosa in bagno. Colava l’acqua dal soffitto del vicino del piano di sotto. Ho chiamato l’idraulico. L’idraulico ha fatto il lavoro. Ho pagato l’idraulico, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Quando il soffitto del vicino del piano di sotto si è asciugato, ho chiamato i pittori. I pittori hanno fatto il lavoro. Ho pagato i pittori, subito. Ho accettato di pagare senza fattura per pagare meno. Ho liquidati i Buoni di Risparmio Postale. Mi sono arrivati dei pagamenti. Ero contento. Tre pagamenti nel giro di una settimana. Avevo ottomilatrecento euro sul conto. Mi hanno clonato il bancomat. Avevo vista una cosa strana, nell’estratto conto, ero a Milano per lavoro, ho telefonato alla banca. La banca mi ha detto di non preoccuparmi, che era uno storno dalla carta di credito. Che siccome avevo speso molto con la carta di credito, si erano presi una fetta dei soldi con un po’ d’anticipo. Considerato che ultimamente, in effetti, qualche volta al momento di rimpolpare la carta di credito i soldi sul conto corrente non c’erano. Una misura prudenziale. Ormai ero un cliente inaffidabile. Comunque mi sono messo tranquillo. Da Milano sono andato a Reggio Calabria, poi in Olanda. Il mio lavoro si potrebbe misurare in chilometri. Poi un giorno sono a Verona, in casa di una scrittrice, stavamo discutendo del suo romanzo futuro, la banca mi ha telefonato.
«Signor Mozzi, lei è sotto di duemila euro».
«Non è possibile».
«Negli ultimi quindici giorni lei ha fatto continui prelievi, ora è sotto di duemila euro».
«Non saprei neanche come fare a farlo. Avevo ottomilatrecento euro sul conto, ho dei limiti al prelievo e alla spesa, come potevo prelevare tutti quei soldi?».
«Lei ha fatto continui prelievi da 750 euro ciascuno».
«Il mio limite di prelievo è 500 euro».
«Può passare da noi?».
Sono andato alla banca. Abbiamo verificato tutto. Il mio bancomat era stato clonato. Mentre io giravo per l’Italia e l’Olanda, un ignoto signore si era presi tutti i miei soldi, a 750 euro a botta, prelevandoli in banche di Roma e di Ostia.
«Mi avevate detto che potevo stare tranquillo, che si trattava di uno storno della carta di credito».
«Con chi ha parlato?».
«Con un uomo. Un maschio».
«Qui dentro lavorano quarantacinque maschi».
Il mio conto è all’agenzia centrale della banca.
«Che numero ha chiamato?».
«Questo numero qui».
«Se lei chiama questo numero, le rispondono dallo sportello. Che giorno ha chiamato? A che ora? Perché ha chiamato invece di venire qui?».
«Era il giorno tale, stavo a Milano, dovevo andare a Reggio Calabria e poi in Olanda, ho guardato l’estratto conto al bancomat, ho vista la cosa strana e ho chiamato. Saranno state le nove di mattina».
«Controlleremo. Intanto lei è sotto di duemila euro, come facciamo?».
«Non lo so. Altri soldi non ne ho».
«Preferisce un prestito o un fido?».
«Credo che sia più pratico il fido».
«Allora le posso fare un fido da duemilacinquecento euro. Le condizioni sono queste».
«Mi scusi. Io vi affido la custodia dei miei soldi. Voi ve li fate inculare. E io, perché voi vi siete fatti inculare i miei soldi, devo pagare questi interessi qui?».
«Le condizioni sono queste. Non possiamo mica prestare i soldi a gratis».
Poi sono stato in Questura, ho fatta la denuncia, eccetera. Il problema era che i miei soldi erano stati rubati in Italia. Se mi avessero fatto dei prelievi in Romania, mi avrebbero subito bloccato il bancomat. Invece ora dovevo provare che il tale e il talaltro giorno, mentre un ignoto signore si prendeva i miei soldi a Roma o a Ostia, io non stavo né a Roma né a Ostia. Agenda, nomi e cognomi di persone, telefoni.
«Ma quanti prelievi le hanno fatto?», si stupiva l’agente.
«Una quindicina. Di vari importi».
«E lei non si è accorto di niente?».
«Mi ero accorto. Ho telefonato alla banca. Un cretino mi ha detto che non mi dovevo preoccupare, che era uno storno della carta di credito».
«Ah».
Ho portato in banca la copia della denuncia.
«Si può sapere, allora, chi è quel cretino che al telefono mi ha detto di non preoccuparmi, quindici giorni fa?».
«Mi spiace, non siamo in grado di identificarlo. Lei è sicuro di aver telefonato?».
«Mi prende per scemo?».
«Signor Mozzi, lei è sicuro di aver telefonato? Non è che, magari, ne aveva l’intenzione, ci ha pensato, e poi si è dimenticato di farlo?».
Sono andato da quelli dell’assicurazione. All’assicurazione pago centonove euro al mese. Il capitale accumulato è ormai di quattordicimila euro. Più gli interessi. Sono soldi.
«Cosa vuole che siano, centonove euro al mese».
«Guardi, ho una situazione disperata, ho bisogno di liquidità».
«Ma pensi al suo futuro. Sono già undici anni, tra quattro anni avrà terminato il programma».
«Ho bisogno di soldi. Adesso. Sono pieno di crediti che non riesco a esigere. Mi hanno clonato il bancomat. Mi hanno portato via diecimilatrecento euro».
«Ma lei lavora, è un intellettuale, una persona famosa».
«Senta, quello che voglio è chiudere l’assicurazione e portarmi a casa quello che posso».
«Ma così ci rimette».
«Nel lungo periodo sì. Ma il mio è un problema di breve periodo».
«E lei è sicuro che non avrà problemi nel lungo periodo?».
Ho cominciato a non dormire di notte. Io ho sempre dormito come un sasso. Non tanto, cinque o sei ore, ma come un sasso. Basta che io mi stenda sul letto, e parto. Mi sveglio quando suona la sveglia o quando entra la luce. Non è più stato così. Durante il giorno facevo il mio lavoro, stavo anche abbastanza bene, avevo la mente dedicata al mio lavoro. Appena mi stendevo sul letto, mi prendeva la paura. Non riuscivo a dormire. Digrignavo i denti. Mi girava la testa. Avevo paura. Allora mi alzavo, guardavo la televisione. Era un po’ meglio. Due ore di televisione, almeno. Poi ero così stanco che riuscivo ad addormentarmi. Però avevo gli incubi. Mi svegliavo alle quattro di mattina. Dormivo due ore, due ore e mezza. Durante il giorno avevo un rombo nella testa. Non riuscivo a concentrarmi. Allora ho trovato un altro sistema. Andavo all’Alexander Pub con un libro. Una birra, due birre. Alta gradazione. Così riuscivo a dormire. Non avevo gli incubi. Mi svegliavo con un mal di testa feroce. Prendevo la polverina contro il mal di testa. Spendevo i soldi del fido per pagare le birre e la polverina contro il mal di testa, così potevo dormire e lavorare e guadagnare i soldi per uscire dal fido. Per riavere i soldi rubati avrei dovuto aspettare tre mesi, quattro mesi. Così mi avevano detto. Dovevo tenere duro per quei mesi. Ho rinunciato a qualche lavoro perché non ero in grado di pagare le spese che servivano per farlo. Avevo bisogno di più birre. Il mal di testa mi veniva prima ancora di andare a letto. Avevo bisogno di più polverina contro il mal di testa. Non riuscivo a lavorare tanto. Qualche giorno non facevo niente. Stavo lì. Questo succedeva sempre più spesso. Se ero in giro, riuscivo a lavorare. A casa, non facevo niente. Ogni tanto andavo in banca a sentire dei miei soldi.
«Quando me li ridate?».
«Guardi che non ce li siamo mica presi noi».
«Fa lo stesso. Quando me li ridate?».
«Non si preoccupi, la procedura è in corso».
«Io non mi preoccupo, ma mi servono i soldi, non riesco neanche più a lavorare, sto male».
«Se sta male vada dal medico».
Ho cominciato a perdere dei pensieri. Me ne sono accorto perché un giorno ho visto sul mio tavolo dei fogli con una cosa scritta da me, per un lavoro che avevo in corso, e non mi ricordavo di avere scritta quella cosa. Dentro il computer non c’era niente. Un altro giorno mentre sono al supermercato mi chiama una persona:
«Senti, quand’è che mi mandi quella cosa lì, che mi serve».
«Te l’ho mandata per posta elettronica».
«Non l’ho vista».
«Sono al supermercato, appena torno a casa te la rimando».
Il giorno dopo mi chiama di nuovo quella persona:
«Senti, e quella cosa lì? Guarda che non ho visto niente».
«Ma te l’ho rimandata».
«Non discuto. Ma a me non è arrivata».
Io abito a Padova, lui appena fuori.
«Senti, ci sarà un problema, faccio un cd e te la porto stasera».
«Va bene».
Guardo nel computer, quella cosa non c’è. Controllo nella posta, non c’è traccia delle spedizioni. E allora ieri che cosa gli ho spedito? Ma gli ho spedito qualcosa? Mi concentro, cerco di ricostruire il momento esatto della spedizione. Non mi ricordo. Era ieri, no? E comunque, quel testo che gli ho spedito, o che non gli ho spedito, dov’è? Ma l’ho scritto? Questo dubbio mi viene. Adesso so che cosa succede. Succede che faccio delle cose e me ne dimentico. Succede che non faccio delle cose e sono convinto di averle fatte. Provate a lavorare, se vi succede questo. Avrei bisogno di andare in vacanza, di stare tranquillo. E invece, siccome non ho i soldi, siccome quelli che avevo me li hanno rubati – e mi saranno restituiti, ma campa cavallo – sono costretto a prender su una quantità di lavori, anche lavori del tubo, sperando che qualcuno mi paghi. Dovrei essere una scheggia, lavorare quindici ore al giorno. Invece finisce che con tutti questi lavori presi al volo, anche minimi, anche lavori da cinquanta euro, tanto per avere dei soldi liquidi in tasca, mi incasino ancora di più. In questo preciso momento – nel momento in cui scrivo questo – non ho soldi. Non ne ho proprio. Domani dovrei andare a Milano. Per lavorare, per far su dei soldi. Ma non ho i soldi. Se cerco di usare il bancomat me lo bloccano. La carta di credito l’ho usata tutta. Ho dodici euro liquidi. Andare e venire da Milano costa trentasei euro. Posso provare l’andata. Faccio un biglietto non per tutta la tratta, me lo faccio controllare, poi quando passa il controllore e dice «Biglietti non visti» faccio finta di niente. Oppure faccio come gli africani, che si nascondono. Sono anni che viaggio in treno. Ho visto come fanno. Ho imparato come si fa. Gli africani sono bravissimi. Se mi beccano è un casino. A Milano ci devo andare per forza. In un modo o nell’altro ci provo. A Milano ho la collaborazione, da lì viene un fisso mensile. Non posso fare a meno del fisso mensile. Qualche volta ho chiesta un’anticipazione. Me l’hanno concessa. Ma non posso chiederne un’altra, ora. Non posso chiedere un’anticipazione. E’ troppo pericoloso. Uno che chiede un’anticipazione una volta, va bene. Ci può essere il dentista da pagare, la macchina da cambiare, un’urgenza qualsiasi. Uno che la chiede due volte, è sospetto. Un’anticipazione, chiederla due, volte, è già un sistema. Andrò a Milano domani in qualche modo. Magari domani succede qualcosa. Magari mi arriva un piccolo bonifico, magari trovo dei soldi per terra. Non mi era mai successo di pensare: «Qualcosa succederà domani». Come dire: «Qualche santo provvederà». I fiori nei campi vivono e si riproducono e muoiono. Non si curano del futuro, eppure portano vesti splendide. Non lavorano, non si affannano, non trafficano con le carte di credito. Sono ridotto come un’erba di campo. Però non sono capace. Dovrei dormire tranquillo, tanto qualche santo provvederà. Oppure non provvederà, e succederà qualcosa d’altro, e la mia vita se dovrà cambiare cambierà. Non ho mai fatto piani precisi nella vita. Non ho mai perseguito obiettivi di lungo termine. Tutto ciò che di buono c’è nella mia vita, è capitato. Che è come dire: mi è stato donato da altri. Ho colto delle occasioni. Non ho creato occasioni. E se oggi capita che vada così, che mi tocca vivere senza i soldi, non è niente di diverso. Non sono bravo a volere. Io non voglio. Non ho desideri. Non sono bravo a desiderare. Mi pare che in quasi tutte le persone che frequento ci sia un dispositivo del desiderio. Io non capisco come si fa a desiderare. Posso aver voglia di una pera o di una mela. Se ho voglia di una pera e ho una mela, sono contento della mela. Non mi metto lì a trafficare per avere a ogni costo una pera. Quando avevo i soldi fumavo. Non ho mai fumato tanto. Non sono mai uscito di casa apposta per comperare le sigarette. Questo intendo dire. Ho dei desideri, ma non sono così importanti. Non sono capace di agire con determinazione e costanza per realizzare un desiderio. Ho sempre lavorato. Non mi è mai mancato il lavoro. Non mi sono mai mancati i soldi. Questa è la prima volta. Dura da un anno e mezzo. Se consegno questo romanzo mi danno diecimila euro lordi. Non è questo il romanzo che dovevo scrivere. Mi ero impegnato a scrivere un romanzo che, quando lo raccontai a voce, sembrava una storia molto divertente. Una specie di commedia cattiva. Di commedia all’italiana. Un romanzo come Signore e signori. Una storia di provincia. «Questa storia ce l’ho in mente da sei anni», avevo detto all’editore, «ho proprio voglia di raccontarla». Ma se in sei anni che ce l’avevo in mente non l’avevo mai scritta, ci sarà stata una ragione. E infatti. Ho firmato il contratto. Ho ricevuto dei soldi. La prima parte dell’anticipo. La seconda parte, quella grossa, alla consegna del testo finito. Questo il contratto. Non mi sono neanche messo a scrivere. Non ci ho nemmeno provato. Quella storia non mi importava. Non avevo nessun’altra storia. E’ passato del tempo. L’editore mi ha inseguito. Ho fatto quello che si fa di solito. Non ho risposto al telefono. Ho risposto, dicendo cose vaghe. Abbiamo concordato nuove scadenze. Mi sono impegnato per agosto, poi per fine anno, poi per giugno, poi per settembre. I soldi intanto finivano. L’editore aveva pagato, la parte piccola dell’anticipo, non ricevevo altri pagamenti. Lavoravo sempre di più. Non avevo proprio il tempo di pensare al romanzo. Mi è venuto un male. Sono stato all’ospedale. Mi hanno tolto un pezzo di un osso, nella bocca, che era andato a male. Adesso c’è un buco. Per qualche settimana solo cibi liquidi. Acqua e zucchero per stare in piedi. Poi cautela nella masticazione. Avrei dovuto smettere di lavorare per un po’. Ma mi mancavano i soldi. Una volta sono svenuto in treno. Mi hanno tirato su gli altri viaggiatori. Mi hanno fatto sedere, mi hanno portato un caffè.
«Scusate, sono svenuto per fame, mi hanno operato qui in bocca, non posso mangiare cibi solidi, dovrei starmene tranquillo a casa, ma non ho resistito, dovevo lavorare, ho bisogno dei soldi, ho preso il treno per Milano, non mi ricordo più che cosa devo fare a Milano».
«Dovrebbe prendersi una vacanza».
«Lo so, lo so».
«Per lavorare c’è sempre tempo».
«Eh, ha ragione».
«Mai fare oggi quello che puoi rimandare a domani».
Cercavano di farmi ridere. Di alzarmi il tono. Ci hanno provato. Ho fatto finta che funzionasse. Quattro settimane dopo l’operazione ho ricominciato a mangiare. I soldi continuano a non arrivare. Ogni tanto mi dimentico una cosa. Non sono capace di scrivere il romanzo che ho promesso. Ho scritto dei capitoli, o almeno mi pare di averli scritti. Però non so dove sono. Se scriverò il romanzo, mi arriveranno diecimila euro lordi. Se arriveranno i diecimila euro lordi, la mia vita sarà salva. Ho bisogno di questo romanzo, ho bisogno dei soldi.
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Fonte:
Il racconto pubblicato qui è stato scritto da Giulio Mozzi.
L'autore che ha pubblicato questo articolo
Raffaele Tedeschi
Netizen per passione, nella vita reale ama vivere con lentezza.
Tutti gli articoli di Raffaele Tedeschi

Ciao mi ha fatto commuovere il tuo articolo…..forse perchè anch’io come te sto passando un pessimo periodo.Lavoravo in un azienda di yacht la quale è in procinto di fallire….è da Novemvre che non mi pagano e non ho nenache preso la tredicesima….adesso si vedrà cosa fare ma il bello è che per chi come me operaio che con 1000 euro ci va avanti non è facile ho un mutuo da pagare e tre mensilità indietro che non so se riuscirò a recuperare con l’Inps.Spero di riuscire ad uscirne fuori il + presto possibile……..
Ahahahaha ma com’e’ che sono finita qua? A a giorni devo andare a Roma , dopo 7 mesi di prigionia finalmente scappo. Non ho soldi, i criminali a Palermo mi hanno distrutta la vita, ma la vera causa e’ nel malgoverno ed altra concausa la sottocultura della sicilia, la mafia. E tutti ci mangiano e le donne ci muoiono. Ahhha ma com’e’ che son finita qua? A perche so che son sola e nel bisogno nessuno ti aiuta. Ahhhh son qua perche cercavo su internet un posto per dormire a roma non pagando piu di dieci euro. Come dire sotto i ponti. Ahahahah ma com’e’ che son finita qua, ahaha perche mi ha fatto ridere sto catturatori di incatturabili. E pensavo a quelli che leggono il mio blog. Io non leggerei mai niente di nessuno. Magari un aforista o un ostrogoto. ahahah ma com’e’ che son finita qui e che questo in fondo scrive mentre io me la vivo esattamente cosi. ahaha ma com’e’ che son finita qui? ah perche a giorni andro davanti al Parlamento. O berlusconi o la morte. ahahahhaha davvero ahahahahahahha
ops dimenticavo nella foga …. gia si prefigura l’italia dei magnaccioni. Domenica meno di una settimana fa io che non parlo inglese su internet in mezz’ora ho trovato almeno 25, poi mi sono fermata perche troppi, alberghi con pernottamento a nottingham palace pressi per 20 poun a persona, per l’esattezza se volevi doccia e bagno fuori 14 poun, ma fer farsela sempre da signora nonostante le condizioni io e mia figlia ci siamo presi quella con bagno e doccia in camera per meno di 40 pound. Tutto pulitissimo, the, colazione, informazioni. Gia si prefigura l’italia. Mi sa che un posto per vivere non c’e’. La stessa ricerca effettuata su sito italiano sembra un fenomeno da baracconi, altro che romanzo all’italiana. Meglio una caprese…….
Redazione? ma dove sono finita? a poteva essere il sito dei pazzi. Com’e’ che i pazzi fanno pure le revisioni, ma manco la pazzia puo stare in pace?